Siamo nel pieno della fase due e una cosa sembra chiara: la scuola non è una priorità in questo Paese. Certo avevamo avuto qualche indizio dai continui tagli dei fondi pubblici delle ultime due decadi e dalla superficialità con cui si è discusso di riforma almeno nell'ultima decina di governi, ma se c'è una cosa che non mi sarei aspettato in un tempo così breve è la rinuncia a garantire l'accesso all'istruzione a circa 8 milioni di studenti.
Dall'inizio di marzo le normali attività didattiche hanno lasciato il posto ad una pratica entrate nel gergo comune come DAD (didattica a distanza) una serie di piattaforme che consentono agli insegnanti di spiegare, assegnare compiti, interrogare e svolgere altre attività da remoto. Dopo una prima fase di assestamento del tutto giustificabile dalla novità dello strumento, la DAD è diventata ormai una pratica comunemente accettata come surrogato della scuola tanto da meritarsi l'elogio del Presidente del Consiglio durante il suo ultimo discorso alla nazione e a convincere i vertici del ministero a riproporla nel prossimo anno scolastico senza suscitare discussioni né levate di scudi. Ma è davvero così? Possiamo sostituire la scuola con la DAD? Cosa cambia?
Dopo i primi due mesi di sperimentazione, abbiamo qualche elemento in più per poter valutare il funzionamento di questo dispositivo arginando sia la deriva anti-tecnologica che l'illusione iper-modernista.
Se da un lato è notevole lo sforzo fatto da molti docenti e dirigenti scolastici per riorganizzare il lavoro e adeguarlo a questo nuovo strumento, d'altro lato la poca presenza e la scarsa partecipazione degli studenti alle attività sollevano qualche dubbio sulla capacità della didattica a distanza di sostituirsi alla più tradizionale scuola in presenza, per diversi ordini di ragioni.
Il primo motivo è l'assoluta incapacità della DAD di trattare le differenze, siano esse cognitive, fisiche o comportamentali. Come sa chiunque è entrato in contatto con uno studente che necessita di un supporto specifico, i risultati più soddisfacenti si ottengono quando il suo percorso formativo viene preso in carico dal gruppo classe che si fa agente attivo per superare i limiti e le difficoltà del singolo. Quando l'ordinaria attività didattica è relegata alla dimensione domestica e individuale si perde il valore aggiunto del gruppo.
Un secondo tema, molto più indagato, riguarda la l’indisponibilità di strumenti informatici da parte degli studenti provenienti da famiglie con meno risorse economiche e relazionali. La risposta pubblica è stata fornire device in comodato d'uso gratuito per tamponare il problema senza prenderlo in carico davvero. All'indisponibilità degli strumenti si aggiunge infatti l'iniquità territoriale della diffusione della rete e la carenza di spazi domestici adeguati per dedicarsi alla didattica a distanza, problemi che necessitano risposte più complesse e durevoli.
Terzo elemento riguarda la rinuncia della funzione educativa della scuola. Anche superati i limiti dei punti precedenti, possiamo ritenere possibile che la didattica a distanza riesca a istruire gli studenti, fornendogli un insieme di nozioni utili ad uno scopo, ma difficilmente si può immaginare che attraverso la condivisione di contenuti digitali si possa educare. La trasmissione di valori irrinunciabili, il pieno sviluppo della persona umana (come indicato dall'art. 3 della nostra carta costituzionale) richiede la costruzione di legami empatici, emozionali e sociali che vanno oltre la costruzione di competenze. In molti hanno fatto l'esperienze tra i banchi di scuola di partecipare al racconto di una persona sopravvissuta ai campi di sterminio o di un familiare di una vittima innocente di mafia, in molti non dimenticheranno per il resto dei propri giorni quel raccolto. Perché quella persona era presente con le sue fragilità, le sue emozioni e la sua umanità. Questo non è possibile a distanza.
In fine, seppur con molti limiti la scuola resta ancora il luogo in cui persone di cultura diversa, di diversa etnia ed estrazione sociale, provenienti da contesti familiari diversi, si incontrano, si conoscono, si scontrano e imparano a sviluppare relazioni e legami. La scuola è il luogo in cui le relazioni sociali prendono forma, in cui si impara a sviluppare il concetto di comunità, di collaborazione, di gruppo, di pubblico. Tutto questo avviene sopratutto nei momenti di scuola che non vedono al centro la didattica, nei corridoi, nei bagni, durante l'intervallo, nelle ore di spacco, all'entrata o all'uscita di scuola, durante il tragitto. Che spazio c'è nella didattica a distanza per questo?